martedì 10 luglio 2012

Snobbare la filosofia

Mi è capitato di imbattermi in questa recensione «Un grande fisico reinventa il mondo» del libro di Robert Laughlin, Un universo diverso. Reinventare la fisica da cima a fondo, scritta da Franco Prattico (giornalista) nel 2005 su laRepubblica.it.
E la prima cosa che mi chiedo è perché chi non conosce la filosofia si permette di parlarne, oltretutto in modo sprezzante? E poi, quando mai la riflessione (ed è chiaro che il bersaglio è la filosofia) si occupa di banali esercizi sulla "verità ultima"?


Tutti parliamo di verità, ogni giorno. La alludiamo nei discorsi (rilevanti o meno) che facciamo, altrimenti non potremmo dire nulla, pensare nulla, credere nulla. Ma non tutti sanno definire che cosa sia la verità. La definizione è filosofica, ed è una definizione problematica e soprattutto non è mai univoca e conclusa una volta per tutte. Se il filosofo ha a che fare con il pensiero e i suoi concetti e tenta di definirli, il filosofo sa anche che non esiste una possibilità definitoria fatta e finita. Davanti ai suoi occhi sta l'intera storia della filosofia, i diversi tentativi operati da molti altri filosofi di raggiungere dei pezzi di verità. Soltanto da questo è chiaro ed evidente che per il filosofo non esiste alcun concetto di "verità ultima", che forse, più che alla filosofia, tale idea appartiene alla teologia, e questa non è identificabile con la filosofia.

Oltretutto, persino la scienza (in generale, e quindi la fisica in particolare) non è mai conclusa. Anche la scienza ha a che fare con quadri concettuali e ipotesi teoriche che trovano conferma in un periodo di tempo, e in quello successivo, invece, possono essere sostituiti da altri modelli teorici.
Se la scienza dà alla filosofia delle nuove conoscenze sulle quali riflettere, la filosofia fornisce alla scienza gli strumenti teoretici per avanzare nella ricerca. Oggi soprattutto, in un mondo frantumato dalle specializzazioni sempre più settoriali, se lo scienziato non avesse al suo fianco un certo atteggiamento filosofico che lo induce a porsi domande profonde, a vagliare altre possibilità, a considerare analiticamente le proprie scoperte, a rinnovare i piani categoriali nei quali inserire le proprie ipotesi e risultati, la scienza sarebbe una fredda indagine, isolata dal mondo quotidiano dell'uomo, lontana dalla possibilità umana di pensare, di volere e di agire. Non sono certo gli scienziati, ad es., che si pongono il problema etico di una scoperta! Non sono gli scienziati che forniscono i termini alla propria disciplina, ogni termine scientifico ha un'origine greca, ossia filosofica.

Nemmeno la fisica è "alle prese con la comprensione del tutto", perché semplicemente non può farlo: la comprensione dei molti aspetti della realtà non può essere riduzionista. E quell'emergentismo di cui parla Prattico non è una moda epistemologica. Teorie emergenti sono presenti, ad es., in filosofi come John Locke (XVII sec.).

E' obbligatorio per ogni fisico, come per ogni filosofo, leggere Fisica e filosofia di Heisenberg. E prima di questo, forse è meglio leggere la storia della scienza (che poi è la storia della filosofia) per capire appunto che le sue origini sono filosofiche: l'indagine degli antichi sulla physis (termine che significa natura, o più precisamente princìpi di nascita e morte delle cose della natura).
E smettiamola di dire che Galilei e Newton e Boyle e altri sono scienziati, perché non è così. Erano filosofi e indagavano la physis, quindi l'etichetta più appropriata per loro è semmai filosofi della natura. Scienziato è un termine che nasce nel XIX sec.

La filosofia non è un esercizio intellettuale fine a se stesso, la filosofia è tante cose e prima di tutto è una propedeutica (in quanto metodo) ad ogni disciplina.

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