lunedì 6 agosto 2012

Peirce e l'intuizione o la cognizione determinata logicamente

L'intuizione è la capacità che ci permetterebbe di afferrare (comprendere, prendere con sé) immediatamente il contenuto di qualcosa: una sorta di "percezione diretta", ossia una percezione che avviene senza alcuna mediazione da parte della conoscenza discorsiva, quella che per Kant è la capacità dell'intelletto. Alcuni filosofi, che pongono l'intuizione alla base di ogni processo conoscitivo, ossia essa assumerebbe un ruolo fondante nella nostra conoscenza e nel nostro agire etico, parlano di «intuzionismo», riferendosi ad un atteggiamento filosofico caratteristico a diverse correnti di pensiero, come, ad es., alla scuola scozzese del «senso comune», oppure alla fenomenologia di N. Hartmann e di M. Scheler, per citarne alcune.


Quella di Peirce, rispetto all'intuizione, è una posizione particolare, nel senso che egli non si domanda soltanto se l'uomo ha una capacità intuitiva, ma rinnova, per così dire, la definizione di intuizione. Il risultato a cui egli giunge è che tra le facoltà intellettuali (per lo meno, questo sembra essere l'ambito dove il filosofo pone l'intuizione), l'uomo non possiede una capacità conoscitiva diretta, perché ogni conoscenza (cognizione e giudizio) è l'esito della capacità logica del soggetto. L'intuizione, quindi, è spogliata della sua natura immediata ed è accolta dal pragmatista solo come una determinazione inferenziale. Ora, da questa prospettiva, è chiaro che non sia più possibile parlare di intuizione nel suo significato originario, è però un dato di fatto per il pragmatista che il senso comune usi questa parola. Pertanto, rimane l'etichetta ad una facoltà che ha una natura completamente differente da qualsiasi processo conoscitivo immediato, posto che ne esista uno.

La prima parte dei Collected Papers di Peirce, la cui traduzione italiana è Scritti scelti, (a cura di Giovanni Maddalena), Torino, e in particolare il capitolo secondo, scritto nel 1867-68, tratta appunto della capacità intuitiva, il cui titolo è Questioni riguardo a certe pretese capacità.
La prima questione che Peirce si pone (in questo capitolo della traduzione italiana) è di capire se l'uomo possiede una capacità intuitiva. Innanzi tutto, per l'autore americano, l'intuizione in quanto conoscenza immediata dovrebbe essere intesa come quella capacità che permette all'uomo di comprendere se la sua conoscenza sia stata determinata da una conoscenza precedente o da un oggetto, oppure se sia soltanto una conoscenza inferita.

L'intuizione, così intesa, pone l'immediatezza conoscitiva, propria di tale capacità, in una posizione ontologica più originaria rispetto all'immediatezza intuitiva tradizionalmente intesa. Ossia, per il filosofo, l'intuizione non è una capacità che permette di conoscere immediatamente qualcosa, ma è precisamente quella capacità con la quale l'uomo può conoscere immediatamente la natura della propria conoscenza. Vale a dire che l'intuizione distinguerebbe o permetterebbe all'uomo di distinguere l'origine della propria conoscenza: se deriva all'uomo da qualche oggetto esterno o interno (conoscenza determinata); oppure da un giudizio, e, in questo caso particolare, la conoscenza scaturirebbe soltanto da una concatenazione logica con altre conoscenze (conoscenza inferita).

Prime definizioni:
  1. l'intuizione per Peirce è una cognizione determinata da qualcosa di esterno, un oggetto trascendentale (l'aggettivo non si riferisce all'uso che ne fa Kant, ma nel senso appunto che l'oggetto è esterno al soggetto), e in quanto determinata essa può essere una conoscenza qualsiasi;
  2. mentre, l'esplicitazione più particolare di cognizione è ciò che è determinato da cognizioni (conoscenze) precedenti, quindi che derivano, poiché possedute, direttamente dal soggetto;
  3. la determinazione delle cognizioni implica che esse non siano dei giudizi; un giudizio è una cognizione inferita, nella quale il processo inferenziale transita dalla premessa alla conclusione.
Sembrerebbe, per Peirce, a prima vista, che la determinazione dell’intuizione, o della cognizione di un oggetto, non sia un elemento immediato per conoscere il contenuto dell’intuizione, o cognizione, stessa. Per Peirce la determinazione (intuizione o cognizione) sembra essere invece un elemento dell’agire e del patire dell’ego trascendentale e non è immediatamente nella coscienza. In altre parole, per il filosofo l'intuizione non è dell'uomo ma si origina nell'istituzione del suo rapporto con l'oggetto esterno, in quanto esso agisce immediatamente sul soggetto. Infatti, se l'uomo possedesse l'intuizione, avrebbe la capacità di distinguere immediatamente il contenuto della sua cognizione. Ossia, egli distinguerebbe se una cognizione è determinata dall'oggetto oppure dal soggetto. Quindi l'uomo non conosce la natura del contenuto della conoscenza anche se subisce l'azione da parte dell'oggetto (intuizione) e da parte di se stesso (cognizione). Ma questo agire e patire determina comunque una conoscenza, o cognizione, di se stesso: l'uomo conosce soltanto il suo agire e il suo subire.

Ancora più complesso è poi capire se la conoscenza è stata determinata oppure inferita.

In conclusione, per il pragmatista americano, non abbiamo alcuna capacità intuitiva che ci permette di distinguere una intuizione da una cognizione, e, ancora di più, da un'inferenza, anche se all'uomo sembra di sentire (feel) di averla.

Per confermare la propria tesi il filosofo elabora una serie di esempi.

Uno è quello che mette in evidenza la difficoltà che hanno i testimoni di un fatto a discriminare tra ciò che hanno visto e ciò che hanno inferito. Sembrerebbe quindi che da una percezione, da una intuizione, il ragionamento inferenziale si attualizzi subito. Ecco quindi la dimostrazione che l'uomo non solo non distingue l'origine del contenuto di un'intuizione e di una cognizione, ma anche quella di un giudizio.

Un altro è l’esempio del trucco di un prestigiatore con gli anelli. Peirce nota che anche l'osservatore intelligente testimonia la veridicità di quello che ha visto senza considerare, invece, l'evidenza dell'esistenza di un trucco.

Inoltre, se guardiamo a dei casi particolari, ad es., ai sogni, possiamo dire che sogno e esperienza effettiva sono identici per quanto riguarda il loro contenuto, tant’è che si scambia l’uno per l’altra; a volte il sogno è così vivido che viene scambiato per il ricordo di un’occorrenza effettiva. Ciò che ci dà la differenza tra l’uno e l’altro sono certi segni (marks), tipo l’oscurità e la frammentarietà o l’assurdità.

Anche per quanto riguarda la percezione dello spazio, essa sembrerebbe essere una intuizione immediata. Mentre la retina, che consiste di infinite terminazioni nervose, ognuna delle quali può essere considerata un punto, percepisce soltanto porzioni di punti dello spazio. Dunque, ciò che vediamo immediatamente è una collezione di punti e non una superficie continua. L’idea di spazio è per Peirce un’idea complessa (a differenza di Locke che la considerava un’idea semplice). La mente quindi opera una riduzione dei fenomeni complessi, li ordina e li semplifica, applicando a quel fenomeno un concetto che lo riduce all’unità. Il concetto di estensione emerge da questo processo mentale. Esso, però, per Peirce, è un’inferenza e non un’elaborazione celebrale. Dunque, per l'autore bisogna spiegare perché le conoscenze precedenti, che determinano il concetto, non siano apprese con più chiarezza.

Ugualmente al concetto di spazio, anche il concetto di tempo è un’idea complessa. Non è immediatamente percepibile il corso del tempo, perché altrimenti ogni istante dovrebbe essere un elemento della percezione. Ma per Peirce in un istante non c’è durata e dunque non è possibile avere una sensazione immediata della durata. Il concetto di tempo riduce all’unità le impressioni degli istanti che contengono il senso e la memoria.

Inoltre, noi siamo in grado di riconoscere i nostri amici da certi caratteri esteriori anche se non siamo in grado di dire quali essi siano, perché essi sono inconsci al processo di ragionamento. Infatti, questo processo nella coscienza mantiene e dà significato solo a ciò che è semplice, mentre dimentica la complessità delle premesse.

Questi esempi dimostrerebbero che non abbiamo alcuna capacità infallibile per stabilire se una situazione è stata vista (acquisita direttamente senza alcuna mediazione) o inferita (acquisita mediatamente), la sola sicurezza per riconoscere una cognizione, qualunque essa sia, da un giudizio è data dall’inferenza di alcuni segni. In sostanza, non abbiamo una facoltà intuitiva che distingue le cognizioni immediate da quelle mediate, quindi non possediamo alcuna capacità intuitiva. Però tramite l'uso della logica l'uomo può differenziare la conoscenza.

Peirce, nei suoi Collected Papers, rispondendo ad altri sei problemi(*) che riguardano l'intuizione, concluderà che nell’atto conoscitivo esiste sempre un processo inferenziale, proprio della coscienza del soggetto rispetto all’oggetto conosciuto, all’autocoscienza del soggetto e alla conoscenza del mondo interiore e del pensiero.
L’inferenza è (1), per le cognizioni che non sono giudizi, determinata logicamente, ossia determinata da altre cognizioni o dall’oggetto esterno, abbiamo quindi delle «cognizioni determinate», e rispettivamente sono le «cognizioni» vere e proprie oppure le «intuizioni»; (2), per le cognizioni che sono giudizi, come le «premesse» e le «conclusioni», sempre logica. Queste seconde cognizioni Peirce le chiama «cognizioni inferenziali», perché propriamente sono dei giudizi.

(*) Le questioni poste in totale sono sette:
1. Possediamo una capacità intuitiva per capire se la nostra conoscenza sia stata determinata da una conoscenza precedente o da un oggetto? 2. Possediamo un’autocoscienza intuitiva? 3. Possediamo una capacità intuitiva per distinguere gli elementi soggettivi di diversi tipi di cognizioni? 4. Possediamo delle capacità introspettive, oppure la nostra conoscenza del mondo interno deriva dall’osservazione dei fatti esterni? 5. Possiamo pensare senza segni? 6. Un segno può avere significato anche nel caso in cui esso sia segno di qualcosa che non possiamo conoscere (inconoscibile)? 7. Una cognizione può essere non determinata da una cognizione precedente?